#Maratonariformista per illustrare l’appello “Unire i riformisti” (VIDEO)

Il mio intervento video e le conclusioni di Marco Bentivogli alla #maratonariformista “Unire i riformisti”

Senza partiti, senza pubblicità, senza grandi giornali e tv come sponsor più di 50.000 persone hanno preso parte all’iniziativa di oggi, sulla base dell’appello pubblicato da Linkiesta “Unire i riformisti”. La storia dei riformisti in Italia è fatta di divisioni e solitudine.

Su Twitter questa mattina una persona scriveva:” I “riformisti” sembrano i virologi che ascoltiamo da un anno a questa parte. Hanno tutti lo stesso lodevole scopo, hanno tutti la ricetta simile, ma rimangono attaccati a sfumature che li fa apparire antagonisti. Ha ragione, ma da oggi si svolta.

Siamo partiti dall’appello “unire i riformisti” aperto a tutti. Solo una base per partire in un momento in cui rischiamo di morire di think tank e appelli. Non vogliamo neanche dire “appelli di tutto il mondo unitevi”. Vogliamo partire di qui per costruire un’iniziativa politica, popolare.

La maratona di oggi rappresenterà una prima tappa di questa svolta. Noi siamo gli sconfitti del 4 marzo 2018. Sia quelli che erano impegnati in prima persona e quelli che avevano capito che bisognava fare un metro in più verso l’impegno politico e che dal 7 marzo la politica sorretta dai “patti di sindacato” ha fatto di tutto dal 6 marzo per riportare alla rassegnazione o all’astensione. I riformisti non vogliono “allargare le élite” ma promuovere attivismo diffuso e attivisti che non lascino le emozioni delle persone ai populisti. Siamo coloro che devono saper intercettare le emozioni delle persone, ascoltarne e rappresentare bisogni, valorizzare meriti e soprattutto coinvolgerle.

Siamo qui perché chiunque governi, tratti gli italiani da adulti, dopo 15 anni di demagogia. Per questo vogliamo rivolgerci a tutti coloro che si sono rassegnati alle scorciatoie nel parlare alle persone.

Non serve né un nuovo centro né il centrismo ma la capacità di tornare centrali all’interno della rappresentanza politica che crede nel progresso costruito sulle persone. Non ci siamo aggregati per essere contro qualcuno ma “per” realizzare qualcosa. Siamo coloro a cui non entusiasmava il bipopulismo Conte-Salvini. E’ uno scontro tra governisti incapaci di essere forza di governo. Che non dice nulla sulla trasformazione che bisogna guidare nel paese.

Gli ultimi 15 anni di demagogia populista hanno una paternità diffusa, non solo nei partiti, nel mondo dell’informazione, in alcuni corpi sociali. E dopo l’inizio del loro declino, rischiano di avere un’eredità diffusa in troppi partiti e forze sociali.

Si, non temete, costruiremo un lessico fatto di parole meno logore, riformismo, socialismo, liberalismo, popolarismo. Quello che per noi conta è come dice Luciano Floridi, riconoscerle come radici di una cultura politica. E le radici non si evocano continuamente, sono sottoterra ma determinano il fusto, i rami, le foglie e i fiori di queste culture e soprattutto della loro capacità di integrarsi. Non ci interessa chi ogni giorno fa le analisi di purezza ideale o ideologica costruita su principi da “evocare” e da non praticare mai. La sinistra-sinistra è la negazione dei valori della sinistra: iper-elitaria proprio perché si auto-riconosce in zone esclusive in cui si parla un linguaggio fatto di retorica morta, lontana dal lavoro e ancor più dagli ultimi citati come riferimenti quasi esotici.

Il massimalismo e il giustizialismo sono le malattie da estirpare, non le idee diverse di un settarismo pericoloso. La destra reazionaria e i populisti sono nemici dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa. Chi vi si accoda per opportunismo ha idee corte e vantaggi di breve.

I riformisti non sono la destra della sinistra né gli orfani della terza via di Blair. Rileggetevi il “riformismo radicale” di Federco Caffè, del personalismo comunitario. Come diceva proprio Caffè: iniziative guidate da una visione complessiva di “un più alto tipo di società”, mantenendo, allo stesso tempo, la propria insofferenza verso le controversie nominalistiche come quella sul “superamento del capitalismo”, su cui si sono da sempre concentrate preziose energie intellettuali e politiche, in Italia e altrove. Il riformismo radicale che non lascia spazio al moderatismo come spazio dell’opportunismo e delle passioni tiepide. Ma il gradualismo della ragionevolezza e del buonsenso in chi intende fare sul serio. Il velleitarismo dei massimalisti, la bile dei giustizialisti sono le attitudini più lontane da chi assegna alla politica uno strumento tra i più nobili dei progetti umani. Tra chi comprende che i lavoratori, gli esclusi, gli ultimi non possono aspettare e hanno bisogno di orizzonti lunghi e di risposte vere.

Il riformismo è scelta, non si può parlare di patto intergenerazionale senza partire dal fatto che le nuove generazioni si sono impoverite e gli over 65 si sono arricchite. Certo mai generalizzare, il nostro non è un paese per vecchi. E’ un paese per anziani benestanti e in ottima salute.

Alla banalizzazione populista si risponde con la competenza di chi da semplificare la complessità, non di chi la nega. Vogliamo portare le persone e il discorso pubblico italiano fuori dal grande abbaglio, fatto di scorciatoie. In cui le riforme sono bloccate delle corporazioni di riferimento. E invece di lanciare una grande sfida sul lavoro. Si propongono sussidi e nazionalizzazioni senza, peraltro, sfidare il capitalismo italiano. Lavoro, educazione, salute e sicurezza sono i pilastri del nuovo paese da costruire o sono slogan da convegnistica su webinar?

L’agenda Draghi non è maggioritaria in Parlamento, per questo abbiamo la necessità di “costruire il popolo” riformista su queste basi, riprendendo a parlare con centinaia di migliaia di persone. Oggi abbiamo fatto capire a tanti che si autoproclamano leader che è insieme che si costruisce qualcosa di importante. E su questa agenda che si deve aprire uno spazio politico tra Enrico Letta e Mara Carfagna che sia coerente a quelle indicazioni.

Le leadership si costruiscono e non si autonominano, ma soprattutto servono gruppi dirigenti diffusi che incarnino valori e discontinuità con una politica costruita tutta attorno al potere per il potere.

Il populismo ha distrutto i legami sociali su cui era costruita la nostra comunità.

Per questo servono ricostruttori di comunità.

E’ il momento di non nascondersi dietro nessuno, né dentro i propri partiti o corpi sociali ne dietro la propria egolatria.

E’ il coraggio e la pazienza di non inseguire gli applausi e i “like” ma di seguire l’obbedienza alla realtà con la virtù della parresia, il diritto dovere di dire sempre la verità.

Servono persone che sappiano incarnare lavoro di squadra, rappresentare un motivo in più per impegnarsi, capacità di integrare idee diverse. Nella prossima tappa vedremo le nuove generazioni protagoniste e coinvolgeremo sempre più persone. E’ il momento di integrare, costruire una proposta unitaria di Paese. Il sentiero riformista ha alle spalle orme importanti ma quello che abbiamo davanti non è ancora battuto. Siamo veramente in tanti e lo segneremo insieme.

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