Dal 1 gennaio è entrato in vigore il “fine processo mai”: il day after dello Stato di diritto

Che il giustizialismo fosse il nuovo credo politico del Paese è chiaro fin dagli inizi degli anni novanta, ma che i forcaioli diventassero legislatori è oggi sancito dall’entrata in vigore della norma che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio.

Questo provvedimento è un mostro giuridico che attenta allo stato di diritto e al principio del giusto processo. Viene sancito, così, il fine processo mai. I cittadini sono relegati ad essere imputati a vita. Chi cerca di farla passare come una riforma che induce alla riduzione dei tempi della giustizia, non fa altro che legittimare la forma dei processi sommari, cari al populismo giudiziario.
I diritti costituzionalmente garantiti, a partire dalla presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, possono essere fatti salvi solo se c’è certezza della ragionevole durata del processo. È l’aula giudiziaria, con lo svolgimento del dibattimento processuale, l’unico luogo di formazione della prova. Le forze progressiste non possono cedere e lasciare lievitare il germe dell’oscurantismo giustizialista.
Il populismo si alimenta di tale germe: qualcuno addirittura propala l’idea che gli indagati possano essere condannati con i processi mediatici e considera la ricerca delle prove un orpello del processo penale!

L’opposizione al blocco della prescrizione, dunque, è un principio fondante dello stato di diritto. È auspicabile, pertanto, che le sedi parlamentari siano capaci di interpretare le molteplici le iniziative che da tempo si vanno svolgendo nella società con protagonisti le camere penali, settori della stessa magistratura, gli ordini professionali che insieme a diverse espressioni di forze sociali e cittadini comuni rivendicano, attraverso il superamento di questa norma, la difesa di uno Stato libero e democratico.

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