L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione:tra cobotizzazione,gender gap e inclusione sociale

Ho partecipato con Alessandro Fusacchia, promotore insieme ad altri di noi  dell’Intergruppo Intelligenza artificiale della Camera dei deputati,  alla presentazione del libro “Intelligenza artificiale e lavoro”  di Luis Cevasco, Juan Corvalan e di Enzo Maria Lefevre. L’evento è stato una preziosa occasione di confronto sulla tematica affrontata dal testo: l’impatto dell’Intelligenza Artificiale e della robotica sull’occupazione, attraverso la interessantissima esperienza della piattaforma argentina Prometea.

L’intelligenza artificiale e l’occupazione

Partendo dall’assunto che la tecnologia più dirompente della quarta rivoluzione industriale che stiamo attraversando è l’intelligenza artificiale occorre subito ribadire che non vi è alcuna simmetria tra perdita di lavoro e automazione.D’altra parte come è chiaramente affermato nel libro: “se le ultime rivoluzioni industriali hanno creato più posti di lavoro di quanti ne abbiano eliminati, ci sono ragioni per pensare che questa volta sarà diverso”?Anzi lavorare con l’intelligenza artificiale rende più chiare e precise sia la ricerca di soluzioni che le modalità per raggiungerle.A conferma di ciò basti citare l’esempio della Germania dove cresce la produzione di robot e sistemi intelligenti e la disoccupazione è in calo costante (dal 7,7 del 2009 al 3,3 del 2019.)

La cobotizzazione e il low-skill equilibrium

A parte questa premessa, se vogliamo interrogarci su quale sia il paradigma da promuovere dobbiamo parlare di “cobotizzazione”, ovvero più propriamente di intelligenza aumentata o intelligenza ibrida che ha lo scopo di creare una forza lavoro con maggiore intelligenza nella quale la IA espande i limiti delle capacità tradizionali.È dunque possibile creare un’automazione che umanizza, ma il presupposto necessario è far crescere la cultura digitale nel Paese. Attualmente l’Italia è intrappolata in un low-skills equilibrium, un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. È questa l’amara conclusione a cui giunge il rapporto Ocse 2017 Strategia per le competenze, focalizzato sull’Italia. I modesti livelli di skill dei manager e dei lavoratori si combinano con bassi investimenti in tecnologie e con scarsa adozione di pratiche che ne migliorino la produttività. Questo genera “un circolo vizioso”: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda.

Il Piano scuola digitale

Per contrastare tale skills mismatch e invertire la tendenza riguardante il dato occupazionale si sono adottati in questi anni alcuni provvedimenti importanti primo fra tutti il Piano scuola digitale con azioni rivolte a studenti e docenti come l’introduzione del Coding fin dai primi cicli scolastici per abituarsi al pensiero computazionale; la formazione dei docenti; l’incentivazione alle iscrizioni a facoltà scientifiche (Stem). La promozione di una formazione permanente e lo sviluppo del pensiero computazionale che consenta di scrivere e utilizzare algoritmi che consentono di affrontare compiti sempre più complessi, è anche la strada per il superamento dello gender gap.

 

La creatività femminile e l’intelligenza artificiale

Creatività, problem-solving, empatia, negoziazione e persuasione sono le “caratteristiche” al top della classifica delle competenze necessarie nel campo dell’intelligenza artificiale. “I lavori del futuro ad elevata capacità professionale e quindi anche i più pagati includeranno quelli in cui le competenze saranno misurate sulla base dell’EQ, il quoziente emotivo, e non solo più del ‘tradizionale” IQ, il quoziente intellettivo”, sottolinea dalle colonne del Financial Times il chief economist della Bank of England Andy Haldane.Se è vero che le skill di cui sopra non sono “esclusiva” femminile è anche vero che sono le donne ad essere “storicamente” identificate come regine del mondo dell’emotività.Dunque l’intelligenza artificiale potrebbe divenire presto un campo d’azione “dominato” dalle donne. Inoltre la società di consulenza Accenture nella sua ricerca “Getting to Equal 2017” ha rilasciato un report che ha analizzato a livello mondiale la situazione accademica e lavorativa di oltre 28.000 soggetti di entrambi i sessi, inclusi studenti universitari, in 29 Paesi, di tutte le fasce di età: se l’Italia saprà adottare il digitale in ambito lavorativo e le donne sapranno diventare abbastanza abili nei settori tecnologici, nel 2049 si potrebbe colmare  gender pay gap.Se questa data sembra lontana, senza un adeguata spinta tecnologica e senza un sostegno da parte dello Stato e del mondo accademico, il divario si colmerà molto più tardi: nel 2091.Questa prospettiva indica che il tema del nostro tempo non e’ più solo la parità di genere ma soprattutto la capacità di rimettere in discussione i ruoli  grazie alla tecnologia. Come gli uomini e le donne del pleistocene che ruppero col loro mondo immaginandone uno nuovo e diverso, che oggi e’ il nostro.

L’inclusione sociale e la Gig economy

Ma in questo contesto l’altro tema centrale è quello dell’inclusione sociale.Se è vero che il 65% dei bambini che iniziano ad andare a scuola in questi anni quando termineranno il ciclo di studi faranno un lavoro che ora non conosciamo, l’altra domanda è: esiste ancora la possibilità di piena occupazione secondo il modello del 900?O è proprio la crisi di quel modello produttivo e sociale che, dalla seconda metà del ‘900,  ha caratterizzato soprattutto l’Europa occidentale, che genera l’esigenza di una protezione sociale universale che accompagna i nuovi lavori?Nei nuovi  lavori generati dalla GIG Economy (o economia collaborativa) dai social network (influencer) economia arancio è inevitabile uscire fuori dalla morsa: rigidità uguale tutela flessibilità uguale precariato.Nel sistema del welfare  del 900 il nesso che si determinava  tra il meccanismo  produttivo e il mondo del lavoro consentiva di acquisire attraverso il lavoro le condizioni materiali per una esistenza dignitosa con pienezza di diritti.Il lavoro era la porta di accesso al regime delle tutele, attraverso il lavoro si acquisiva la dignità che compete ad ogni persona.Quel modello sociale oggi è scosso dalle fondamenta: il lavoro perde centralità e ‘rispetto’; diventa precario, occasionale, flessibile; non è più in grado di garantire il nesso tra reddito e vita dignitosa.L’ ‘onore perduto del lavoro’ rende chiaro che quel nesso va ricostituito attraverso altre forme di garanzia di reddito, quanto meno in tutti quei casi in cui la mancanza, la precarietà e la flessibilità del lavoro non consentono il raggiungimento dei livelli minimi di vita dignitosa.E mi pare che  l’affermazione di Ekkehard Ernst nella prefazione : “saranno necessarie nuove forme di protezione sociale come un reddito di base universale” vada in questa direzione.Il mercato del lavoro di oggi richiede una forza lavoro preparata con competenze digitali e creative che sappia adattarsi ai cambiamenti tecnologici che entri nella logica di una promozione di apprendimento permanente.L’era digitale, però, può portare con sé cambiamenti ben più importanti rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Per fare in modo che sia un’era inclusiva e non distorsiva è necessario comprendere le sfide che offre e prevedere delle strategie e dei piani a lungo termine per assecondarla.Non saranno dunque i robot a rubarci il lavoro, ma un’istruzione insufficiente: solo se sapremo cogliere queste sfide, garantiremo ai giovani di domani un futuro ricco di opportunità.

Rassegna Stampa – Enza Bruno Bossio

9 colonne -LIBRI, ALLA CAMERA “INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LAVORO” (RIEPILOGO)

 

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