Intervento in Aula su voto ai 18enni ed eletti a 25 al Senato

Con le proposte di legge costituzionali di modifica all’art. 58, abbiamo l’occasione di dare finalmente anche ai 18enni il diritto di voto al Senato. Ma non basta. Occorre fare un ulteriore passo avanti. Ovvero riconoscere il diritto di essere eletti, anche al Senato, non più a 40 ma a 25 anni.
Si parla tanto di capitale umano, di ricambio generazionale, di paese a misura dei giovani ma di fatto finora li abbiamo privati dello strumento più nobile che la democrazia mette a disposizione: il diritto voto e insieme il diritto di essere presenti nelle istituzioni, per cambiarle. Mi rivolgo in particolare ai 5stelle, che predicano il cambiamento ma alla prova dei fatti si sottraggono: dare ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze la possibilità di essere eletti in Senato rappresenta un investimento sul futuro di un Paese che invecchia a ritmi galoppanti; vuol dire attivare le leve della partecipazione e dell’impegno politico su una generazione carica di ideali e di spinte vitali che oggi reclama non solo il futuro ma il presente.

Discorso integrale dell’intervento

Il referendum costituzionale svoltosi il 4 dicembre 2016 ha visto la
prevalenza dei « no » alla riforma costituzionale votata dal Parlamento
nella XVII legislatura, che aveva come obiettivo principale il superamento
del bicameralismo paritario, e oggi nuove discussioni, sorte intorno al
tema di nuove riforme costituzionali, inducono a un’attenta riflessione.
Come noto l’Italia è uno dei pochissimi Paesi a conservare un sistema
parlamentare bicamerale « perfetto », con due Camere, la Camera dei
deputati e il Senato della Repubblica, che svolgono identiche funzioni
legislative. In altri Paesi, infatti, le Camere svolgono funzioni differenziate
o è prevista un’organizzazione istituzionale monocamerale. Il Senato
italiano si ispira ai modelli delle cosiddette « Camere alte » presenti nei
primi sistemi istituzionali liberal-democratici nati per lo più nell’800 dalla
crisi delle monarchie assolute dell’ancien regime. Le Costituzioni o gli
Statuti « concessi » dai sovrani introducevano il principio dell’elettività
della rappresentanza nazionale con l’elezione dei Parlamenti, ma
mantenevano agli stessi sovrani alcune prerogative, tra le quali appunto la
facoltà di nominare i membri delle Camere alte. Il modello a cui ci si
ispirava era quello inglese della Camera dei Lord, residuo dell’antica
assemblea medievale dove sedevano i rappresentanti della nobiltà e del

clero. Anche il Regno d’Italia (come del resto altri Paesi europei del
tempo) ispirava il proprio modello istituzionale a quello inglese. La
Camera alta assunse pertanto il nome di Senato, come quello dell’antica
Roma, volendo indicare un organo rappresentativo dei « saggi », degli «
anziani » della nazione (dal latino senex, cioè vecchio o anziano, e dal
suffisso -atus, che indica un ufficio o una dignità onorifica). I componenti
del Senato del Regno erano infatti nominati dal Re e mantenevano la
carica a vita: era evidente, dunque, che questa assemblea era stata pensata
allo scopo di condizionare il potere e di limitare il peso della Camera
eletta. Tuttavia si deve osservare che, come era avvenuto alla Camera dei
Lord in Gran Bretagna, anche il Senato italiano aveva subìto un profondo e
radicale ridimensionamento per il progressivo prevalere della Camera
eletta nel processo legislativo, fino alla prassi divenuta poi « obbligo » per
il sovrano di limitarsi a ratificare le proposte di nomina dei nuovi senatori
da parte del Governo, che spesso si limitava a indicare come senatori i
deputati di più lunga esperienza parlamentare. Appaiono pertanto assai
comprensibili le forti resistenze emerse nell’Assemblea costituente (si
ricordi il dibattito nella Commissione dei 75) circa l’effettiva necessità di
mantenere il Senato o, comunque, un bicameralismo paritario dopo la
caduta del fascismo e della monarchia in Italia. La soluzione trovata, frutto

anche del cambiamento del clima politico internazionale coincidente con
l’inizio della cosiddetta « guerra fredda », fu il frutto di un compromesso:
il Senato divenne una Camera eletta a suffragio universale diretto ma che
si differenziava dalla Camera dei deputati per alcuni importanti elementi,
tra i quali la diversa disciplina dell’elettorato attivo fissato al compimento
dei 25 anni di età (alla Camera è prevista la maggiore età), e dell’elettorato
passivo (possono essere eletti senatori i cittadini che hanno compiuto il
quarantesimo anno di età (mentre per la Camera sono sufficienti 25 anni).
Questo aspetto, insieme ad altri, era stato introdotto perché il Senato
veniva comunque concepito, pur nella novità dell’elezione diretta a
suffragio universale, come una « Camera di compensazione » e di
attenuazione dei possibili « effetti distorsivi » derivanti proprio dal
suffragio universale. Si credeva che una Camera eletta da una base
elettorale più anziana e composta da rappresentati più anziani avrebbe
costituito un ulteriore elemento di equilibrio in un sistema istituzionale nel
quale la « paura del tiranno e delle dittature » era ancora fortemente
presente. L’evoluzione culturale e sociale italiana ha reso da tempo
obsoleta questa norma e del resto molti Padri costituenti ne avevano già
denunciato gli elementi contraddittori anche rispetto allo stesso articolo 48
della Costituzione che, con molta chiarezza, al primo comma dichiara che:

« Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la
maggiore età » e nei commi successivi afferma che: « Il voto è personale
ed eguale, libero e segreto » e che tale diritto-dovere civico non può
trovare alcuna limitazione « se non per incapacità civile o per effetto di
sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla
legge ». D’altro canto gli stessi Costituenti, legando il voto al compimento
della maggiore età e non fissando la definizione di questa in Costituzione
ma affidandola alla libera determinazione del legislatore con legge or-
dinaria, volevano appunto implicitamente affermare il carattere « evolutivo
» della definizione di maggiore età intesa come « capacità di agire ».
Infatti il legislatore è intervenuto abbassando da 21 a 18 anni la maggiore
età con la legge 8 marzo 1975, n. 39, ed è noto come maggiore età e
acquisizione di diritto di voto varino da Paese in Paese.

Per i primi ventisette anni di esperienza repubblicana democratica, la
differenza di classi di età per l'ottenimento del requisito di elettorato attivo
nell'elezione dei due rami del Parlamento era di quattro anni; dal 10 marzo
1975 la «forbice» anagrafica si è allargata a ben sette anni.

Appare dunque urgente modificare la disciplina dell’elettorato attivo e
passivo per il Senato, anche per rispondere a un’indicazione politica che

l’elettorato italiano ha inteso fornire in maniera abbastanza netta al
legislatore proprio con il voto nel referendum del 4 dicembre 2016.

Oggi discutiamo la modifica dell'art. 58 della Costituzione, che amplierà
l’elettorato attivo del Senato della Repubblica.

Di fatto, in generale, la differenza di platea elettorale è in contrasto con il
principio costituzionalmente garantito dell’eguaglianza del voto espresso
dall’articolo 48 della Costituzione.
Abbassare, quindi, la soglia per l'elettorato attivo è sembrato a tutti noi un
atto dovuto, una questione che deriva dal concetto stesso di democrazia
parlamentare rappresentativa: se i senatori legiferano anche per la fascia
dei 18 – 24enni, ovvero circa 4 milioni di persone, perché questi ultimi
non possono votare chi deciderà per loro?
In altre democrazie mature europee, del resto, anche il voto per gli under
18 è già realtà: in Scozia hanno potuto votare al referendum per
l’Indipendenza del 2014 (e l’esclusione dei 16enni dal voto sulla Brexit ha
suscitato notevoli polemiche) e, dal 2015, i più giovani possono esprimere
il loro voto in tutte le consultazioni politiche, nazionali e locali, del loro
Paese.

In Austria il voto degli under 18 è realtà dal 2007. In Germania il diritto di
voto ai 16-17enni è garantito nelle elezioni dei parlamenti di alcuni
Länder.
Bene.
Non capiamo invece perché non vogliate procedere con la modifica
dell'elettorato passivo, ovvero non solo riconoscere il voto ai diciottenni
ma anche la possibilità di essere eletti a venticinque anni, invece che agli
attuali quaranta, difendendo una concezione antiquata e superata della
composizione del Senato come camera alta, non più attuale, e secondo la
quale è solo l’età a fare l’esperienza.

Sarebbe davvero incomprensibile mantenere differenze per l’elezione della
Camera dei deputati e di tutti gli altri livelli istituzionali del Paese (comuni
e regioni) tali da determinare, nei fatti, un’evidente contraddizione con
l’altro principio costituzionalmente garantito, quello dell’eguaglianza del
voto.

Perchè, e mi rivolgo soprattutto al mov5 stelle, non dimostrate mai tutto il
coraggio che serve per compiere scelte veramente rivoluzionarie!
Noi vi sfidiamo ad accogliere la modifica dell'elettorato passivo, e dare a

milioni di giovani oggi coinvolti a metà, i pieni diritti politici.
In gran parte delle democrazie europea ciò avviene già mentre sono rari i
casi in cui l'elettorato passivo è ancora tenuto fermo a 40 anni, insieme
all'Italia solo la Repubblica Ceca, e la Romania è a 33.
Avete già sprecato un'occasione quando il 27 giugno avete bocciato il
nostro emendamento durante la discussione in Commissione Affari
costituzionali, tradendo le aspettative di molti giovani che vi avevano
votato.
Forse voi non ve ne rendete conto ma è un'occasione importante. Non solo
per rendere più omogenee le maggioranze nelle due Camere e quindi, di
conseguenza, più stabili i governi.
È l'occasione di riconoscere non solo a parole ma con i fatti la centralità di
una generazione di giovani italiane ed italiani che ha le idee chiare, che è
persino più informata della media dei propri coetanei europei e molto più
propensa al voto, stando ai sondaggi effettuati per le ultime elezioni
europee 2019.
Sono giovani che fanno già politica, nel senso più alto: quello dell’ideale;
elettori che meritano maggiore considerazione, maggiore spazio e
un’adeguata rappresentanza istituzionale.
Vi riempite la bocca di ricambio generazionale nei partiti ma di fatto state

impedendo ai ragazzi e alle ragazze di esserlo, il ricambio generazionale!
Forse a voi sembrerà normale, ma l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo
nel quale non tutti gli adulti, ma solo quelli dai 25 anni in su, eleggono
metà del Parlamento e quindi determinano il Governo, che non può essere
in carica senza la fiducia del Senato.
Decidete di negare la possibilità di avere una propria voce all'interno di
una istituzione fondamentale della Repubblica ad un’intera generazione,
non si sa quanto altro tempo ancora. Non trovate ingiusto escludere parte
dei giovani dal processo partecipativo e democratico in una Italia che
invecchia inesorabilmente, dove metà degli elettori ha più di cinquantanni,
che esercita quindi un peso sempre maggiore nelle decisioni per le
generazioni future? Dove sindacati e partiti dei pensionati difendono
efficacemente gli interessi degli anziani, mentre i giovani non hanno
alcuna rappresentanza del genere in un paese che avrebbe bisogno di
energie vitali e spinte vere al cambiamento?
È una rivoluzione generazionale che ci chiedono nel paese europeo tra i
più in basso nell’Indice di giustizia tra generazioni(IJI), composto da
quattro indicatori: debito pubblico per ogni minorenne, povertà giovanile,
spesa sociale pro capite per gli anziani, divisa per il resto della spesa
sociale, impronta ecologica pro capite. Secondo gli autori di questo Indice,

i Paesi OCSE prosperano in buona parte a spese dei loro giovani e delle
generazioni future.
Mentre la disoccupazione giovanile si attesta a 32,8%, e al sud è al 50%, è
paradossale che proprio i più colpiti non siano autorizzati ad essere eletti
in metà del Parlamento e quindi contribuire a determinare il governo.
Allora la scelta davvero coraggiosa è una sola: coinvolgere nella
governance questa generazione esclusa, dandole modo di influenzare i
processi decisionali in prima persona, così da migliorare le possibilità di
vita di se stessa.
In un momento storico in cui in politica sembrano prevalere gli insulti
reciproci, il fango sparso a pieni mani sull’avversario, il populismo che
sublima le pulsioni peggiori dei cittadini-elettori ci sono i giovani che
ancora perseguono il sogno di cambiare questa società con la forza dei
valori e non già con le urla, gli insulti, le ipocrisie dei vecchi. Questo è un
bene prezioso che non va disperso, nell’interesse di tutti. Perché soltanto i
giovani con l’energia delle loro convinzioni, con la pratica coerente della
loro visione di società, possono dare il colore giusto al cambiamento
necessario di questo Paese.

 

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